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Articolo del 10/10/2019

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

La semplice raccolta di dati sanitari dei pazienti attraverso apparecchiature di autodiagnosi site in un centro commerciale non costituisce fatto penalmente rilevante


a cura di Sergio Fucci


Agenti del NAS dei Carabinieri ispezionando un centro commerciale accertano che all’interno era stata attivata una struttura temporanea con apparecchiature diagnostiche di proprietà di una società che, tramite un infermiere suo dipendente, ne consentiva l’uso ai clienti previa raccolta del loro consenso informato e poi inseriva i relativi dati in un sistema informatico e li trasmetteva ad altra struttura che operava la diagnosi che successivamente veniva ritirata dai soggetti interessati.




Rilevata la mancanza di autorizzazione regionale all’apertura di questa struttura sanitaria viene informato il P.M. che richiede all’A.G. di procedere al sequestro preventivo di queste apparecchiature ravvisando l’ipotesi di reato di cui all’art. 193 TULS (R.D. n. 1265/1934) che stabilisce che nessuno possa aprire o mantenere in esercizio ambulatori, case o istituti di cura medico-chirurgica o di assistenza ostetrica, gabinetti di analisi per il pubblico a scopo di accertamento diagnostico senza la suddetta autorizzazione.

Eseguito il sequestro la società, contestando che vi fossero i presupposti per questa misura cautelare, ricorre al Tribunale penale del riesame che, peraltro, conferma il sequestro ritenendo che all’interno della suddetta struttura temporanea venivano eseguite prestazioni sanitarie in assenza della prescritta autorizzazione.

La società ricorre quindi in cassazione e la Suprema Corte, con la recente sentenza n. 38485/2019, emessa dalla terza sezione penale e depositata il 17/09/2019, annulla il provvedimento impugnato rimettendo gli atti al Tribunale per un riesame della questione in quanto ritiene non corretta la motivazione di conferma del sequestro.

La Cassazione osserva, in particolare, che la circostanza dell’esistenza nella struttura provvisoria sita all’interno del centro commerciale di un infermiere che coadiuva i pazienti nell’uso di queste strumenti di autodiagnosi e poi trasmette i relativi dati ad altro centro (regolarmente autorizzato) non costituisce un elemento probante dello svolgimento in loco di una prestazione sanitaria in quanto la diagnosi viene effettuata in altro luogo.

Si tratta, in sostanza, di una diagnosi realizzata a distanza, attraverso la telemedicina, da soggetti abilitati all’uopo operanti in altro centro medico, mentre la struttura provvisoria costituisce solo un supporto logistico e pratico perché ivi vengono raccolti solo dati con strumenti di autodiagnosi utilizzabili anche autonomamente dai pazienti interessati.



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