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Articolo del 06/09/2019

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Omessa prescrizione di terapia antitrombotica in sede di dimissione del paziente


a cura di Sergio Fucci


Un paziente viene dimesso il 27.07.10 da un ospedale e decede il 31.07.10 per insufficienza cardiorespiratoria acuta da tromboembolia polmonare massiva da trombosi profonda delle vene pelviche.
Il medico che lo aveva dimesso senza prescrivere la necessaria terapia antitrombotica viene rinviato a giudizio e ritenuto colpevole dal Tribunale di omicidio colposo con condanna alla pena di 4 mesi di reclusione e al risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede.


 

La sentenza di primo grado viene confermata dal giudice d’appello che sottolinea che dalle testimonianze acquisite, rese dagli infermieri e dai familiari del paziente, emerge che l’iniziale rifiuto del paziente di sottoporsi alla terapia antitrombotica, riportato anche in cartella clinica, era poi stato superato e che l’interessato sin dal 24.07.10 aveva accettato la terapia, regolarmente eseguita sino alle dimissioni.

Il giudice d’appello, inoltre, ritiene che, anche se l’imputato fosse stato convinto del persistente rifiuto del paziente di sottoporsi alla terapia durante la degenza, avrebbe dovuto comunque informarlo dei pericoli che correva al fine di acquisire un “dissenso informato” al riguardo in sede di dimissione, così verificando personalmente la sua volontà al riguardo.

L’imputato ricorre quindi in cassazione sostenendo che era stato violato il disposto dell’art. 40 del codice penale in relazione al nesso di causalità ritenuto sussistente nonostante il ragionevole dubbio che la trombosi era insorta non per l’omessa prescrizione della prescritta terapia in sede di dimissione, ma per l’omessa o tardiva assunzione della stessa durante il ricovero per il rifiuto opposto dal paziente.

La Suprema Corte, sezione feriale penale, con la recente sentenza n. 35939/2019, depositata il 09/08/2019, ha dichiarato inammissibile il ricorso del medico, confermando quindi la sentenza d’appello impugnata, in quanto la censura avanzata tendeva solo a proporre una diversa ricostruzione dei fatti rispetto a quella effettuata dai giudici di merito con congrua ed esaustiva motivazione.

Questa vicenda giudiziaria dimostra quanto sia delicata la fase delle dimissioni del paziente e i relativi obblighi informativi a carico del medico che procede alle dimissioni.



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