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Articolo del 20/02/2019

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

La concreta organizzazione della struttura incide sulla natura della posizione di garanzia del medico


a cura di Sergio Fucci


Un urologo, che lavora presso un ospedale (A), viene applicato a turno con altri colleghi presso un ambulatorio di un altro nosocomio (B) privo di un reparto urologico, esegue il 01/04/2010 presso questo ambulatorio la visita di un paziente che evidenzia una microematuria allo stick delle urine e, dopo avere eseguito una ecografia all’addome, gli prescrive una TAC regolarmente effettuata il 14/4/2010 e una cistoscopia fissata per il 05/07/2010 che non viene eseguita non essendosi presentato l’interessato.



Dal referto della UroTAC (regolarmente inserito nel sistema informativo dell’ospedale, ma non esaminato dal predetto urologo o da un suo collega) emerge una vescica discretamente distesa, con ispessimento parietale posteriore.

Il malato, dopo essersi recato più volte presso la struttura (B) lamentando vari disturbi, si presenta il 26/10/2010 nel relativo pronto soccorso lamentando macroematuria e perdita considerevole di peso; in data 04/11/2010 viene eseguita d'urgenza presso l’ambulatorio una vista urologica da altro medico applicato che, presa visione per la prima volta del referto della TAC eseguita il 14/04/2010, comunica al paziente il sospetto diagnostico di tumore alla vescica, confermato dalla cistoscopia eseguita l’08/11/2010.

Il malato viene quindi sottoposto a due interventi chirurgici con resezione totale della vescica e della prostata con metodo classico e a trattamento chemioterapico e decede per arresto cardiaco il 19/09/2011 dopo avere subito altre due operazioni.

L’urologo che aveva visitato il paziente il 01/04/2010 viene tratto a giudizio per rispondere di omicidio colposo per avere cagionato la morte del malato non essendosi per negligenza informato dell’esito della TAC e conseguentemente per non avere reso edotto l’interessato delle possibili ipotesi diagnostiche e della necessità di anticipare la cistoscopia di almeno due mesi, così incorrendo in un ritardo diagnostico e terapeutico che aveva provocato il decesso dell’assistito.

Secondo tesi dell’accusa, infatti, se la cistoscopia fosse stata eseguita anticipatamente si sarebbe potuto intervenire sul carcinoma vescicale micropapillare mediante la meno invasiva tecnica endoscopica (TURB) quando l’estensione viscerale era più contenuta rispetto a quella esistente al momento del primo intervento del 15/11/2010 e la probabilità di metastatizzazione decisamente più bassa, così consentendo al paziente di godere di una migliore qualità di vita e di vivere per un tempo maggiore rispetto a quello effettivo.

L‘urologo viene assolto perché il fatto non sussiste sia in primo che in secondo grado perché entrambi i giudici di merito ritengono che non sussisteva la dedotta posizione di garanzia in quanto l‘organizzazione aziendale prevedeva che i referti dovessero essere visionati dallo specialista di turno quando il paziente si sarebbe ripresentato in ambulatorio all’esito degli accertamenti prescritti e che, comunque, non vi era una prova certa sull’esistenza del nesso di causalità tra la condotta incriminata e l’evento perché, se anche si fosse anticipata di un paio di mesi la cistoscopia, non vi era la sicurezza che la sopravvivenza sarebbe stata maggiore, non essendo noto qual era all’epoca lo stato del tumore.

Investita dell’esame della correttezza o meno della decisione del giudice d’appello su ricorso del Procuratore Generale della Repubblica, la Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con la recente sentenza n. 53349/2018, depositata il 28.11.18, conferma l’assoluzione piena dell’urologo perché esclude che nel caso di specie l’imputato avesse assunto una vera e propria posizione di garanzia della salute del paziente in quanto l’organizzazione nella quale era inserito prevedeva che l’urologo di turno si limitasse a visitare il paziente e a formulare una diagnosi ovvero, come nella fattispecie, a prescrivere ulteriori accertamenti che sarebbero poi stati visionati dallo specialista di turno quando il malato si fosse ripresentato dopo avere eseguito quanto prescritto.

La Suprema Corte, inoltre, osserva che non essendosi il paziente sottoposto il 05/07/2010 alla cistoscopia non era possibile conoscere quale era lo stato del tumore all’epoca e, quindi, non vi era la certezza che una anticipazione di un paio di mesi di questo esame indispensabile per diagnosticare la neoplasia vescicale e del conseguente intervento chirurgico avrebbe comportato una sopravvivenza maggiore di quella realizzatasi.



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